Psicogenealogia, Psicomagia e Tarocchi

    Psicogenealogia, Psicomagia e Tarocchi
    Un percorso pratico con
    Alejandro Jodorowsky e Antonio Bertoli


    1. Psicogenealogla

    1.1. Considerazioni generali

    Normalmente si considerano le malattie, le nevrosi e in genere tutti i problemi guardandoli in relazione alla persona che ne soffre, come se fossero non solo delle entità autonome ma come se una persona fosse isolata, a se stante, certo singolare nella sua propria individualità e storia di vita, ma al tempo stesso legata esclusivamentea questa in’dividualità e a questa storia.

    In realtà non è così. Ci sono intrecci e relazioni, influenze, che collegano un individuo anzitutto alla sua famiglia, in secondo luogo alla società in cui nasce e alla cultura di cui fa parte, e in terzo luogo al pianeta e al cosmo intero.

    L’inconscio -di cui così poco conosciamo- è ciò che ci tiene realmente e indissolubilmente collegati alla vita: la nostra, quella della nostra famiglia, quella del genere umano e quella dell’universo intero. Il vero legame -nel bene e nel male- non risiede infatti nella coscienza per come è generalmente intesa, ma nell’inconscio: un mostro e un tesoro al contempo perché conserva in sé tutti i drammi di cui abbiamo patito e tutte le felicità di cui abbiamo goduto, e ne riproduce costantemente il senso e l’essenza.

    Il nucleo fondamentale della nostra vita -della vita- è coperto da una serie di incrostazioni che lo celano alla coscienza: si tratta di tutte le coercizioni personali, familiari, sociali, culturali, storiche, biologiche, ecc., che influiscono su di noi.

    Questo nucleo costituisce la nostra vera essenza, la scintilla luminosa che ognuno porta con sé e che ci lega indissolubilmente a tutti gli altri, al pianeta e al cosmo, a dio...

    Si tratta di una scintilla divina, infatti, del nostro “dio interiore”: l’unica vera certezza che abbiamo e su cui possiamo contare per riuscire a vivere come vorremmo, all’interno di un mondo migliore e più consono ai nostri desideri.

    Ma non basta: esso è anche l’unica garanzia di realizzazione personale che abbiamo, l’unica promessa e speranza di pace, di giustizia, di libertà e di realizzazione dell’unione cosmica col tutto e con dio.

    E’ questo che si chiama “coscienza”: la liberazione e la scoperta del proprio dio interiore, del gioiello interno che possediamo e che viene generalmente chiamato “inconscio”.

    Sì tratta dunque di costruire un significativo dialogo tra conscio e inconscio, tra ordine e disordine, tra coscienza e inconscio: il cammino è quello di elevare il proprio livello di coscienza, passando gradualmente da quello primitivo-animale a quello infantile e poi adulto, da quello di adulto egoista ad adulto responsabile e poi a quello planetario, da questo a quello cosmico e poi a quello divino.

    Si tratta naturalmente di una scala evolutiva schematica e volutamente “grossolana”: spesso agiamo contemporaneamente secondo diversi livelli di coscienza, a seconda delle circostanze in cui ci troviamo a vivere.

    Quello che è importante riconoscere, in ogni caso, è che il livello di coscienza è connaturato alla “scoperta” e alla liberazione progressiva dell’inconscio: riconoscerne la forza e l’influenza primaria sulla nostra vita e su quella di tutti gli altri, riconoscerne le leggi, la storia, i meccanismi, l’azione, i fondamenti e le prospettive.

    Bisogna partire anzitutto e assolutamente dalla storia individuale. Come già detto, generalmente si considerano i problemi in relazione alla persona che ne soffre, come se fossero entità autonome e se una persona fosse isolata da tutto il resto.

    Non è così: il problema è molto più complesso e stratificato e sembra quasi non avere fine, risalendo a ritroso dalla persona ai suoi genitori e poi ai nonni e poi ai bisnonni, e da questi ai contesti culturali e sociali in cui hanno vissuto.

    Se infatti ogni problema trae inizialmente la propria origine all’interno del parto (il modo in cui siamo messi al mondo influisce sul nostro destino in maniera determinante), è altrettanto necessario conoscere la qualità della permanenza nel ventre materno (la gestazione può non essere stata un paradiso, per esempio, ma un inferno: avere un proprio posto nel mondo è di fatto una sensazione intimamente collegata al modo in cui abbiamo vissuto i nove mesi prenatalì).

    Il fatto è che per capire questo periodo è necessario conoscere la vita della madre e il modo in cui questa ha percepito il padre del bambino o della bambina che ha partorito, e ciò presuppone la conoscenza dell’ambiente in cui ha vissuto questa donna, un’analisi del suo rapporto con i genitori e i nonni, nonché lo studio dei genitori e dei nonni dll' uomo con cui ha generato.

    Questo studio si chiama “psicogenealogia”: in prima istanza c’è dunque l’aspetto psicologico dell’albero genealogico -l’albero è alla base di qualsiasi nevrosi, ossessione e malattia che ci affligge- perché tutti ereditiamo un’impronta psicologica che ci pesa addosso come una trappola che non siamo coscienti di possedere.

    Ma è importante considerare anche gli aspetti culturali, economici e politici dell’albero genealogico: conoscere il livello culturale di una famiglia durante le varie generazioni, se una professione si è trasmessa di padre in figlio, l’incidenza delle guerre all’interno della storia familiare, delle nazionalità, delle radici sociali, delle religioni...

    Tutto ciò è indispensabile per capire un essere umano ed è per questo che l’aspetto sociologico dell’albero genealogico è importante quanto quello psicologico: non si può infatti studiare una famiglia senza analizzare la società nella quale è inserita.

    1.2. La Psicogenealogia

    Da quando siamo all’interno del ventre di nostra madre ci cadono addosso delle nevrosi familiari, sociali e culturali di cui non siamo responsabili.

    I piani della nostra famiglia ci creano sempre un destino: fin dallo stato fetale riceviamo nelle nostre stesse cellule delle idee, dei sentimenti e dei desideri che non ci appartengono. Alla maggior parte di noi non è mai richiesto di essere quello che è veramente, ma di essere invece quello che vuole la famiglia.

    Senza desiderarlo, dunque, ed essendo la famiglia il nostro primo amore, il nostro primo archetipo d’amore, iniziamo a non essere noi stessi fin da piccoli perché siamo obbligati a ripetere degli schemi che non ci appartengono.

    Quest’obbligo di non essere noi stessi -questa negazione di identità- è un’autoimposizione necessaria che ci facciamo per corrispondere alle richieste della famiglia, allo scopo di ottenere l’amore delle persone che più reputiamo importanti.

    Spesso questa negazione si produce con delle modalità che rasentano o addirittura sono completamente sadiche o sadomasochiste, narcisistiche, incestuose, nevrotiche, omosessuali, cariche di sensi di colpa, ecc. L’incesto sessuale è il più noto tra gli abusi familiari, ma esiste un incesto di natura intellettiva, anche, o di natura materiale o ancora di natura emotiva, così come esiste un sadismo a tutti questi diversi livelli e anche un’omosessualità che sì esplica non necessariamente sul piano sessuale (dove è chiaro l’ambito di azione) ma sui diversi piani della personalità poiche viene sentita colpevole e quindi viene celata anche ai propri stessi occhi invece di essere serenamente vissuta come dato umano incontrovertibile .

    Noi abbiamo un cuore, un intelletto, un sesso e un corpo con dei bisogni materiali. Queste quattro parti corrispondono ad altrettanti centri della nostra yita ed è su ognuno o qualcuno di questi che l’influenza familiare si fa sentire, cambiando la nostra vita a suo uso e consumo.

    Non è raro, ad esempio, il caso di genitori che vogliono un maschio e -arrivando una femmina- la spingono a comportarsi da maschio e ad esserlo. La bambina si comporta come tale per corrispondere alle esigenze e alle richieste dei genitori, per ottenerne l’amore, ma in tal modo nega la propria femminilità e avrà sempre dei rapporti pessimi con le proprie mestruazioni, con l’orgasmo, con la creatività (il sesso è profondamente legato all’ambito creativo).

    In ogni caso questa imposizione e autoimposizione genera delle nevrosi di diverso tipo, che certe volte possono portare addirittura al suicidio o alla follia.

    Gran parte delle difficoltà che incontriamo nella nostra vita hanno dunque origine in questo spossessamento dell’identità personale: l’incapacità di creare rapporti d’amore stabili, di guadagnarsi la vita, di trovare un lavoro, l’insoddisfazione costante qualunque cosa facciamo, la mancanza di radici e di stabilità, l’eiaculazione precoce, la frigidità...

    La psicogenealogia studia queste influenze della famiglia su quello che siamo, esaminando il ruolo che i nostri fratelli, gli zii, i genitori, i nonni e i bisnonni giocano nella nostra vita attuale.

    Perché la famiglia è al contempo il nostro tesoro e la nostra trappola: una trappola che funziona principalmente tramite il meccanismo della ripetizione. Si rìpetono infatti le malattie, gli abusi, i divorzi, i fallimenti, le nevrosi...

    Con questo tipo di conoscenza, che è già di per se stessa una terapia, impariamo a liberarci dalle trappole dell’albero genealogico per esaltarne invece il tesoro che comunque e sempre contiene, e quindi per realizzare tale tesoro nella nostra vita.

    Diventare coscienti del trauma, comunque, non è sufficiente in sè. Bisogna realizzare un’azione metaforica per liberarsene.

    Le pulsioni dell’inconscio infatti non possono essere sublimate, come diceva erroneamente Freud: l’unico modo di liberarsi di queste pulsioni è quello di realizzarle utilizzando una delle leggi fondamentali dell’inconscio, e cioè che questo accetta la metafora come realtà a tutti gli effetti.

    E’ proprio qui che interviene la psicomagia: consigli per realizzare delle azioni terapeutiche, metaforiche e liberatrici, dove il consultante si trasforma nel medico di se stesso.

    2. Il Tarocco

    Il Tarocco ha lo stesso valore che ha la vita: questa è infatti una rete di casi fortuiti, di magiche casualità che si intrecciano con la razionalità dell’esistenza e spesso ci sorprendono.

    Ma quello che è davvero interessante è che il suo potenziale, il potenziale della vita -e cioè di questa rete di casualità- non è immaginario ma completamente reale. Ci viviamo immersi in ogni momento, ne siamo completamente avvolti e compartecipi.

    Se chiamiamo questa rete di casualità “miracolo”, nel senso di qualcosa che va al di là di noi o almeno della nostra spiegazione razionale della realtà, dobbiamo ben dire che viviamo completamente e sempre immersi nel miracolo e non ce ne rendiamo conto.

    Ciò è dovuto al fatto che non sviluppiamo la facoltà della percezione del miracolo, e non coltivandola non ci rendiamo conto che esso invece esiste davvero, che il miracolo c’è, esiste, è a portata di mano costantemente.

    La rete di casualità di cui è costituita la vita e di cui essa si nutre è in realtà solo apparentemente casuale (il caso è solo un altro modo di nominare gli dèi...): esiste infatti una sincronicità che orchestra gli avvenimenti come in una danza - la danza della realtà. (per un concetto di Sincronicità vedi la prefazione alla prima edizione Europea de "I Ching" a firma di C.G.Jung, Zurigo 1948)

    Secondo il fatto di crederci o meno, secondo la nostra più o meno grande -o nulla- incredulità, questa danza può diventare felice oppure macabra, può fare la felicità della nostra vita o la nostra completa depressione.

    Il Tarocco è compartecipe della sincronicità e se ne avvale al massimo livello:

    non si tratta di casualità ma di “casualità oggettiva”, nel senso che il nostro inconscìo è sempre e costantemente collegato all’inconscio collettivo e a quello dell’universo, a quella specie di inconscio cosmico che rappresenta la grande coscienza universale.

    E’ difficile accedere a tale livello di coscienza ma non impossibile, e il Tarocco è sicuramente uno dei mezzi più efficaci per avvicinarsi ad esso. Rappresenta infatti una specie di forma aperta simbolica collegata all’inconscio e parla il suo linguaggio in termini prettamente visivi, basandosi su archetipì fondamentali.

    Come per l’essere umano, anche i quattro simboli fondamentali del Tarocco rappresentano i quattro centri essenziali: le Spade sono l’intelletto, i Bastoni il sesso, le Coppe il cuore (il centro emozionale) e i Denari il corpo (le necessità materiali).

    Questi quattro simboli e centri non possono parlare tra di loro senza un quinto elemento che li metta in rapporto e in equilibrio, e cioè la “coscienza inconscia”, quella che l’aichimia chiamava il solvente universale.

    Basandosi sulla rete della “casualità oggettiva” e sull’inconscio collettivo, il Tarocco funge da catalizzatore per fotografare il presente in piena chiarezza, per evidenziare lo stato attuale della situazione di una persona nei suoi più intimi e segreti meandri personali e di vita.

    Non divina il futuro, se ne tiene anzi molto alla larga. Serve a noi perché serve a se stesso in quanto pietra della strada che ci conduce alla coscienza del nostro dio interiore (“c’è chi va e chi viene, io sono solo una pietra nel cammino”).

    Essendo un’essenza archetipica, il Tarocco rivela ciò che è latente, vale a dire un’evidenza che attende una messa in evidenza: ci fa cioè rendere conto della nostra situazione attuale, da dove proviene e verso dove è indirizzata.

    Per questo esso rappresenta in primo luogo uno strumento estremamente utile di comprensione e di elevazione di coscienza, di evoluzione e di indagine. Una specie di test psicologico accelerato o di fotografia psicologica del profondo in tempo reale.

    Unitamente alla psicogenealogia, il Tarocco ci rimette in comunicazione con l’ìnconscio sfaldando le fitte incrostazioni che lo coprono: quelle familiari, sociali, culturali, religiose.

    Come nasce il Tarocco? Dapprima qualcuno lo ha sognato; poi questo sogno si è convertito in canti; dopo qualcuno li ha trasformati in poesia; finalmente qualcun altro li ha disegnati e colorati creando delle immagini.

    Da dove provengono questi sogni iniziali? Forse dalla stessa divinità (se siamo credenti) o dagli archetipi (se non lo siamo).

    Così come il ragno tesse la tela, infatti, noi costruiamo sogni. E contro i sogni si erige il potere, l’egoismo, la pretesa di proprietà dell’uomo sull’uomo, gran parte delle aberrazioni a cui dobbiamo purtroppo assistere e di cui siamo involontari artefici anche noi quando manchiamo di coscienza.

    Col Tarocco si impara invece a guardare senza pregiudizi: prima di proiettare qualsiasi idea bisogna anzitutto vedere. E’ la condizione sine qua non per elaborare una teoria valida.

    Osservando gli Arcani si capisce che ogni carta, per il suo aspetto simbolico, è una forma aperta sulla quale chiunque può applicare la sua immaginazione. Così, per esempio, possiamo interpretare negativamente la carta chiamata “Torre” (La Maison Dieu) e dire che si tratta della torre di Babele o del castigo della vanità, dell’incidente, della lacerazione della coppia, eccetera, ma possiamo anche dire che questo Arcano significa la danza intorno al tempio, la ricezione della parola sacra, l’atanor (forno) alchemico o la presa di possesso della terra e un omaggio alla vita divina, e altre meravigliose cose di questo tipo.

    I Tarocchi sono dunque una specie di forma aperta che permette innumerevoli interpretazioni.

    Il loro messaggio è misterioso e occulto: ci si trova davanti a immagini e simboli di una tale complessità che sembra davvero impossibile che un essere umano abbia potuto crearli.

    Piuttosto, si direbbe che si tratta di una sorta di opera divina che è stata “ricevuta” dall’uomo e che gli è molto superiore. D’altra parte, queste opere sono superiori a tutte le interpretazioni che se ne possono dare.

    E’ per questo che anche in relazione al Tarocco si deve parlare di mito fondatore: lo stesso che sostiene tutta la vita e le sue forme, compresa la società. Perché oggi il mito collegato al nostro inconscio è circondato di nuvole nere che sono le interpretazioni arcaiche e fuorvianti che i cartomanti e le sette hanno fatto di questo messaggio: la divinazione del futuro, appunto, la predizione, la stregoneria, il diavolo, la magia e altre aberrazioni di questo tipo.

    Il Tarocco è concepito invece per veder meglio il nostro presente: contrariamente al cartomante, esso non pretende di divinare il futuro perché sa che una predizione, anche se ben intenzionata, è sempre una presa di potere sulla vita dell’altro e che si tratta dunque di un fatto negativo.

    Quando si leggono i Tarocchi è bene infatti ricordare sempre che tutto ciò che vedìamo è un’interpretazione soggettiva e non una verità assoluta.

    Per questo bisogna fare molta attenzione a non proiettare niente di negativo o di aggressavo sulle altre persone La preoccupazione deve essere quella di aiutare, di chiarire, di permettere. a chiunque di fare le proprie scelte: la lettura del Tarocco è sempre una conversazione terapeutica.

    Il Tarocco non può essere ridotto a una visione determinata, fissa, prestabilita. Funziona come un simbolo e, pertanto, non può essere attinto intellettualmente.

    Nel Tarocco l’errore consiste nel pietrificare ogni Arcano in una definizione rigida e chiusa. Ogni carta è invece un mistero insondabile capace di racchiudere mille interpretazioni distinte.

    Per imparare i Tarocchi bisogna impregnarsi di essi fino a riuscire ad entrare in relazione con la nostra emozionalità.

    A partire da questo momento le carte esercitano un’azione su di noi: solo allora si può parlare di ogni Arcano al livello della nostra ispirazione e proiettando ciò che siamo.

    L’importante è capire che quello che vediamo corrisponde a una proiezione di noi stessi: i Tarocchi funzionano infatti come uno specchio.

    Allo stesso modo, il mito funziona come uno specchio che descrive degli avvenimenti inconsci. La sua lettura deve passare tramite il lìnguaggio emozionale, quello del cuore.

    La memorizzazione è un cammino adatto per arrivare a questo linguaggio. Memorizzare i Tarocchi permette di visualizzarli e poi di viverli.

    Per questo i Tarocchi vanno letti in senso letterale: ogni arcano è in sé perfetto e contiene un insegnamento preciso dalle molteplici valenze. Bisogna essere fedeli agli arcani, non mettere in dubbio le loro affermazioni, non cercarne i lati negativi né effettuare la minima critica distruttiva tramite esso, non ferire la sensibilità di chi ci sta di fronte e, soprattutto, esaltarne la bellezza

    Per questo, ancora, non bisogna cambiare una sola lettera né segno o colore del Tarocco, anche se possiamo sfatare la leggenda della cartomanzia, nonostante ciò, cambiare la sua interpretazione, porla al nostro attuale livello di coscienza e nella prospettiva dell’umanità per come vorremmo che fosse.

     

    Dr.ssa Daniela Attili • Psicologa • Psicoterapeuta • Antropologa esistenziale
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