Scrivere il carcere

    scrivereilcarcere

     

    Il 12 dicembre 2019 si è tenuta a Roma una presentzione con l'avv. Paola Bevere, presidente di Antigone Lazio, Michela Deidda dell'Associazione Matricola e molti altri ospiti dal titolo "Scrivere il carcere", durante la quale ho letto il seguente contributo:

     

    SCRIVERE IL CARCERE

    Quando ci svegliamo la mattina di sicuro prendiamo in mano i nostri smartphone e diamo almeno un'occhiata alle mail, a WhatsApp e se per caso davanti al caffè ci ricordiamo improvvisamente che è il compleanno di un nostro caro amico gli inviamo gli auguri con uno dei numerosi social a nostra disposizione, oppure lo chiamiamo.

    Comunichiamo immediatamente e altrettanto rapidamente riceviamo una risposta.

    Comunichiamo in tempo reale.

    Se siamo tristi o abbiamo bisogno di sfogarci per qualche ingiustizia subita o se sentiamo l'irresistibile desiderio di dire al nostro partner che lo amiamo basta fare due tap sullo schermo ed ecco la voce dell'altro o addirittura la sua immagine dal vivo.

    Ora immaginate di aprire gli occhi in una cella invece che nella vostra casa: come e con chi potete comunicare?

    Avete la possibilità di fare una chiamata a settimana di 10 minuti ad un numero controllato e già indicato, se autorizzato, e ad un preciso orario.

    Avete anche la possibilità di vedere i vostri congiunti o conviventi per un'ora, massimo sei volte al mese. Questo nella migliore delle ipotesi perché potreste non avere una famiglia o potrebbe essere lontana, pensate agli stranieri, o non essere in condizioni di raggiungervi a colloquio per ragioni economiche o di salute.

    Cosa vi rimarrebbe per restare in contatto con l'esterno? per esprimere i vostri sentimenti, ciò che avete dentro?
    Scrivere, e scrivere lettere.

    Io non so quanti di voi ricevano lettere, a parte quelle della banca, o ne scrivano; credo molto pochi a meno che non abbiate qualcuno in carcere con cui volete rimanere in contatto.

    Invece in carcere si scrive ancora, e si scrive molto a cominciare dal proprio ingresso in Istituto, dalle istanze, dette ‘domandine’; qualsiasi cosa tu voglia dire a qualcuno, chiedere a qualcuno o fare devi compilare un moduletto e aspettare che qualcuno lo legga lo autorizzi e che magari ti risponda. Alcuni detenuti sono illetterati, molti sono stranieri, infatti c'è addirittura un mestiere penitenziario detto ‘scrivano’ che ha proprio il compito di compilare i moduli e consegnarli.

    E poi, dal momento che non ci sono altri mezzi, si scrivono lettere, valanghe di lettere.

    A chi e con quale grado di profondità, d’intimità e verità, questo attiene solo alla personalità di ognuno e alla sua storia.

    Tenete conto però del fatto che in carcere vige un codice informale dei detenuti che non consente di appesantire i familiari con i problemi del carcere, con i propri sentimenti dolorosi, non si può.

    [qui ho letto alcuni stralci di lettere scritte da carcerati]

    Dei propri sentimenti dunque, dell’angoscia, delle preoccupazioni si può parlare con qualche compagno di cella, forse, oppure con le figure preposte, lo psicologo, l'educatore, l'assistente sociale, i volontari... forse. Nell’istituto che conosco meglio nel 2018 il rapporto era due educatori e 40 ore mensili di consulenza psicologica per 360 detenuti. Inoltre l’Istituto ha una sezione dedicata ai cosiddetti sex offenders che sono isolati nell’isolamento, capirete che assolvere alla massiccia domanda di ascolto con celerità e continuità è semplicemente impossibile.

    E allora si scrive.

    Alcuni scrivevano già prima della detenzione poesie, storie, come il Sig. Spera. Altri scoprono solo da privati della libertà l'utilità di scrivere e a volte anche una propria abilità inaspettata a scrivere.

    E l'esperienza dei due gruppi che ho condotto a Cassino lo conferma.

    In realtà io non mi occupo di laboratori di letteratura o di scrittura ma sono una psicologa penitenziaria ex articolo 80. In questo ruolo nel 2013 ricevetti insieme ai miei colleghi di tutta Italia una circolare del DAP che ci chiedeva di individuare diverse modalità trattamentali capaci di raggiungere un numero maggiore di detenuti, in particolare quelli maggiormente a rischio, a parità di ore di consulenza prestate e ferme restando le attività svolte in precedenza (ovvero colloqui individuali, valutazione di personalità, redazione delle relazioni di osservazione e trattamento, riunioni di per la redazione della relazione di sintesi di osservazione e trattamento, consigli di disciplina integrati, riunioni di programmazione e ancora dicendo).

    In sintesi pur non citando mai questa parola ci chiedevano un intervento di gruppo.

    Ci pensai su un po' perché tenere un gruppo richiede tempo ed energia sia prima che dopo l'ora e mezza di incontro mentre le ore di consulenza rimanevano le medesime.

    Ero contrariata perché ancora una volta si chiedeva alla nostra categoria, già sotto pressione, il massimo della professionalità e un ulteriore impegno, e non si pensava affatto di investire nulla, neppure su una buona idea come quella.

    Comunque poiché mi piacciono i gruppi e ho sempre inteso la mia consulenza più un volontariato che un lavoro propriamente retribuito ho progettato un gruppo di Antropologia esistenziale che ho chiamato "Laboratorio Esistenziale - Gruppo di Confronto" e che è iniziato il 21 novembre del 2014 e terminato a luglio del 2018.

    Questa metodologia si fonda sul dato che un essere umano può trascendere la sua parte reattiva, se lo decide, per realizzare insieme ad altri un progetto corale concreto.

    Nel nostro caso il progetto inizialmente era quello di confrontarci per agevolare e promuovere l'auto conoscenza al fine di realizzare una comunicazione efficace prima di tutto con se stessi e poi con gli altri.

    In questo tipo di gruppi i partecipanti firmano un patto di lavoro ovvero si impegnano a realizzare un progetto chiaramente esplicitato e individuano autonomamente principi e regole a cui attenersi nel corso dell’incontro. Principi che possano agevolare la realizzazione del progetto stesso.

    In questa circostanza particolare si decise di stilare un elenco di temi su cui confrontarci che sarebbero stati sviluppati di volta in volta.

    Questi sono alcuni dei temi trattati e alcuni dei Principi a cui abbiamo cercato di attenerci durante i lavori del gruppo.

    [qui ho elencato i temi principali]

    Dopo un anno di lavoro era tale la ricchezza che emergeva dal nostro confronto che cominciammo a formulare l'idea di mettere per iscritto più dettagliatamente i vissuti, i sentimenti e i pensieri, trovando le parole per dirlo; e magari in futuro farne una piccola raccolta.

    Ovvero si fece strada man mano un progetto concreto, nuovo, che scaturiva dall'obiettivo iniziale di imparare a comunicare con se stessi e con gli altri nel rispetto reciproco e approdato ad altro.

    Questo accadeva all’inizio del 2016, poco dopo che il Sig. Spera era stato rimesso in libertà.

    Il gruppo era composto da 8 persone. Alcuni dicevano di essere assolutamente allergici alla penna, altri erano più possibilisti ed altri ancora increduli di potersi esprimere attraverso la scrittura. La svalutazione di sé stessi e l’autodiminuzione erano palpabili.

    Invece nei successivi anni di lavoro ognuno di loro ha prodotto uno scritto, e tutti alla fine hanno scritto con grande soddisfazione.

    Un’ora e mezza di incontro ogni 15 giorni i cui effetti si espandevano anche nelle altre ore libere, in cella da soli o continuando il confronto con altri, lavorando comunque sui loro testi.

    Era un appuntamento cosí sentito che le assenze dal gruppo scesero pressoché a zero.

    Chi ha scritto due frasi, seppur citate e non si sa bene da dove, è stato molto apprezzato perché inizialmente era il più convinto di tutti di non saper scrivere e di non aver niente da scrivere.

    Chi ci ha partecipato dei suoi sentimenti più rari e chi della storia struggente della sua vita.

    Una persona ha fatto un esperimento letterario raccontandosi ogni giorno per 14 giorni.

    L’entusiasmo si intensificava man mano che procedevano nel progetto che a quel punto era cresciuto, ormai si chiamava scrivere ‘un libro’ e ‘pubblicarlo’, senza mezzi termini.

    Spazzate via le paure di non sapersi esprimere, le persone hanno cominciato a fidarsi gli uni degli altri, ad aprirsi e a non vergognarsi più della propria storia tanto da desiderare di renderla pubblica.

    Quando ho consegnato le copie del libretto al gruppo la commozione e la circolarità che abbiamo provato è stata talmente forte che resterà indimenticabile. Una di quelle emozioni che quando ci ripensi torna su con la stessa densità di allora.

    Tutti, rileggendo le proprie parole e i testi degli altri, si sono fermati ad ascoltare ed ascoltarsi, nessuno pensava più di essere solo in mezzo all’eternità.

    Passo la parola a Ruggero, prezioso apporto al gruppo nella sua fase iniziale, che con la sua saggezza ha mostrato a tutti come si può essere se stessi rispettando gli altri.

    Lo ringrazio personalmente e a nome di Antigone per aver accettato il nostro invito.

    È un atto coraggioso perché come lui stesso dice “non è facile presentarsi in pubblico da ex detenuto”. Questa è un’occasione per lui e per noi per non identificarsi o identificare una persona con una sua sola esperienza.

    Un essere umano è un universo di complessità impossibile da chiudere in un sola definizione.

    Dr.ssa Daniela Attili
    Roma, 12/12/2019

     


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    Dr.ssa Daniela Attili • Psicologa • Psicoterapeuta • Antropologa esistenziale
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